The Artist


Francia
, 2011
Regia: Michel Hazanavicious
Attori: Jean Dujardin, Bérénice Bejo e John Goodman, James Cromwell, Malcom McDowell, Penelope Ann Miller, Missi Pyle, Joel Murray, Ed Lauter, Beth Grant

Il film di Hazanavicious racconta il punto più alto in carriera di un attore di film muti, George Valentin, e il suo declino, conseguenza dello smarrimento di fronte all’avvento del sonoro. Questo in parallelo con l’ascesa di Poppy Miller, prima solo una comparsa proprio in un film di Valentin e poi stella del nuovo cinema parlato.

Ho amato profondamente The Artist e proverò a spiegarvi il perché.
Sono figlia del mio tempo, sempre connessa e aggiornata (più o meno) sulle novità tecnologiche, ma sono anche figlia degli anni ’80. Questo comporta sapere cosa vogliono dire parole come videocassette, telefono con il filo, walkman, doversi citofonare per giocare in strada con gli amici e molto altro, insomma, una serie di azioni e cose che oggi sembrano distanti anni luce e che qualcuno potrebbe definire vecchie o vintage addirittura.
E sono una nostalgica, come il Gil di Midnight in Paris. Non saprei dirvi quale periodo storico preferisca, amo ogni decennio del 1900, così pieno di rivoluzioni a 360°.
Questa è la mia, forse un po’ lunga, premessa per The Artist e del perché io l’abbia amato.
È una storia così semplice e verosimile (i nomi dei protagonisti sono inventati ma ricalcano alcuni grandi nomi del cinema muto, basti pensare a Rodolfo Valentino) che incanta lo spettatore e lo porta in un viaggio fatto di colori non convenzionali (bianco, nero e tanti bellissimi grigi) musica (una colonna sonora che sottolinea perfettamente ogni momento del film) e di tanta espressività da parte dei protagonisti, Jean Dujardin e Bérénice Bejo.
Per chi non lo sapesse, il film ha un formato quadrato, didascalie, è in bianco e nero e, soprattutto, è muto. Non spaventatevi (i primi 5 minuti effettivamente sono di incredulità e bisogna abituarsi) perché la forza espressiva degli attori è coinvolgente e ci porta non solo indietro nel tempo, ma anche in un mondo, come quello appunto del cinema muto, dove gli attori recitavano con il volto e i gesti per parlare con il pubblico e trasmettergli la storia in tutte le sue sfumature.
E noi, insieme a George, facciamo un giro nella Hollywood di fine anni 20, inizio anni 30 e viviamo il suo disagio nel ritrovarsi in un futuro che non riesce a capire, in un mondo che non sembra più fatto per lui.
Il cinema muto, o meglio, il cinema classico hollywoodiano regala però anche o forse soprattutto sogni e, dopo la caduta di George, assistiamo anche alla sua rinascita proprio grazie a Poppy Miller (Bejo) che ben si adatta al nuovo mondo sonoro, coinvolgendo anche George in un progetto finale che lascia un sorriso e che ci fa apprezzare ancora di più tutto quello che abbiamo visto e vissuto nel film.
4 Oscar vinti, tra cui miglior film e miglior attore protagonista a un Dujardin strepitoso e convincente (la scena del sogno/incubo sul nuovo cinema sonoro è una delle più belle del film).
Un film da vedere attentamente e senza distrazioni (pensate a quante volte vediamo un film magari con il telefono in mano) e soprattutto con il cuore, lasciandosi trasportare indietro nel passato. Lo amerete come l’ho amato io.

Genere: Drammatico, Commedia, Sentimentale. *****
Durata: 100′

Recensione By: Alessandra Kay Ottaiano

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